Oggi ho portato la famiglia a messa, ho comprato le azalee per la ricerca contro il cancro e le paste con la panna. Pensavo fosse sufficiente perché mia moglie sorridesse una buona volta e aprisse le gambe da sola, ma è riuscita a farmi incazzare lo stesso.
Dice che è la festa della mamma e che lei non cucina oggi, che dovrei farlo io.
E cosa sono, io, femmina?
E’ la festa della mamma? E allora voglio farti un regalo: solo schiaffetti leggeri, oggi.
Troia.
Il suo sguardo vigile e impermeabile fissa la maestra che le sta dinanzi.
Marica è attraversata da un bisogno e i bisogni, si sa, non s’accordano ai pensieri.
I bisogni fanno fare. E Marica deve fare pipì. Deve farla quando tutti sono in classe, seduti e stranamente composti. Perfino in silenzio. Dovrebbe alzare la mano e chiedere di uscire, ma non le riesce.Si vergogna.
L’idea, la sola idea di manifestare la propria presenza, di rendersi visibile, la paralizza. Sa che è necessario esporsi. Sa che deve chiedere, e non vorrebbe. Non trova soluzione. Ci pensa e ci ripensa, ma non c’è via di scampo. Non sa che fare. Conficca i suoi occhi nel vuoto, sperando che da questo giunga una risposta. Ma sa, Marica, sa per esperienza domenicale, che da quel nulla non arriverà segno - non ritocco, non scossa, non luce.
Prova a sperare, Marica, sperare che qualcosa accada, che la campanella suoni prima del tempo, che tutti escano dall’aula o che improvvisamente quel terribile silenzio si sconquassi. E così aspetta. Aspetta e l’urina diventa una questione dirimente. E allora dirompe.
La pipì scorre mentre lei rimane immobile e vorrebbe solo essere ancora più piccola e ancora più invisibile. Non dice niente. Non si muove e continua sperare che nessuno si accorga di lei. Sta immobile e aspetta. Aspetta che il tempo passi e la campanella suoni.
Rimane in attesa Marica, seduta nella sedietta montessoriana con la sua tutina marron a pezze colorate. E’ in prima fila, ma nessuno si accorge di lei né della sua pipì. La campana suona, l’aula si vuota, Marica aspetta.
Qualcuno le si avvicina. Le fanno delle domande, le parlano sommessamente, ora, con ostentata partecipazione, sottovoce, abbassandosi per guardarla negli occhi. Le carezzano perfino la testa.
Perché, Marica, perché non hai chiesto? Perché non hai alzato la manina e non hai domandato?
Marica non risponde. Marica aspetta. Aspetta di ritornare invisibile.
Ti prego, Tizio, non negarmi altre parole; dimmi che possiamo avere ancora più coraggio, che essere grandi è affrontare senza paura, accettare perdite e sconfitte e cercare sempre qualcosa di meglio. Dimmi, Tizio, che non ci prendiamo in giro e che è realtà quella che mi trova sola ad affrontarla mentre mi scende la faccia in terra e lo sguardo corre al cielo e io conto i miei giorni del passato e sono lieti e duri e inseguo quelli del futuro e sono vuoti e silenti e conto chi parte e non mi bastano le mani e conto chi resta e non voglio. Ti prego, Tizio, lasciami senza parole, uccidi la mia presunzione e annienta tutto ciò che non è essenziale alla verità che mi strozza la gola.
Dimmi Tizio, che non sei uno come tanti, tale e quale agli altri.Ti prego, dimmelo.
Era alto, allegro e affettuoso. Aveva capelli neri e pelle scura, ossa lunghe e dita sottili e doveva essere bello, perché somigliava a Julio Iglesias, che tua nonna, quando lo sentiva intonare le sue struggenti canzoni, faceva una faccia che non le avevi mai visto prima e diventava una bambina maliziosa con la pelle cascante e il sorriso di quando si ama o si sogna.
E comunque.
La bellezza, la bellezza cosiddetta estetica, dico, non era certo una categoria che avesse a che fare coi sentimenti. Perciò tu l’amavi, bello o brutto che fosse, Julio o non Julio, e perciò credesti, come deve essere nelle cose dell’amore, alla sua promessa. Solo a valigie e illusioni fatte capisti che era uno scherzo.
Fu la tua prima delusione d’amore.
Avevi quattro anni e non furono tanto l’amarezza e il disinganno per il futuro mancato a ferirti, ma la crudeltà degli adulti, la loro facile leggerezza nel prendersi gioco dei sentimenti.
Poi ci facesti il callo.
Capisti che lo fanno anche tra di loro, i grandi, dico, quelli che non sanno giocare, che forse non l’hanno mai fatto. Si prendono gioco senza mettersi in gioco.