La mamma col grembiule e il papà coi chiodi in bocca

domenica, 10 maggio 2009

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Ci ho pensato, ma non abbastanza.
Però una fotina la metto lo stesso, provvisoria magari.
Come il mio ora.
postato da colleradiletta alle ore 15:22 | link | commenti (18)
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domenica, 10 maggio 2009

Prove tecniche di Pater familias 2

Oggi ho portato la famiglia a messa, ho comprato le azalee per la ricerca contro il cancro e le paste con la panna. Pensavo fosse sufficiente perché mia moglie sorridesse una buona volta e aprisse le gambe da sola, ma è riuscita a farmi incazzare lo stesso.

Dice che è la festa della mamma e che lei non cucina oggi, che dovrei farlo io.

E cosa sono, io, femmina?

E’ la festa della mamma? E allora voglio farti un regalo: solo schiaffetti leggeri, oggi.

Troia.

postato da colleradiletta alle ore 13:51 | link | commenti (2)
categorie: pater familas
mercoledì, 06 maggio 2009

Il suo sguardo vigile e impermeabile fissa la maestra che le sta dinanzi.

Marica è attraversata da un bisogno e i bisogni, si sa, non s’accordano ai pensieri.

I bisogni fanno fare. E Marica deve fare pipì. Deve farla quando tutti sono in classe, seduti e stranamente composti. Perfino in silenzio. Dovrebbe alzare la mano e chiedere di uscire, ma non le riesce.Si vergogna.

L’idea, la sola idea di manifestare la propria presenza, di rendersi visibile, la paralizza. Sa che è necessario esporsi. Sa che deve chiedere, e non vorrebbe. Non trova soluzione. Ci pensa e ci ripensa, ma non c’è via di scampo. Non sa che fare. Conficca i suoi occhi nel vuoto, sperando che da questo giunga una risposta. Ma sa, Marica, sa per esperienza domenicale, che da quel nulla non arriverà segno - non ritocco, non scossa, non luce.

Prova a sperare, Marica, sperare che qualcosa accada, che la campanella suoni prima del tempo, che tutti escano dall’aula o che improvvisamente quel terribile silenzio si sconquassi. E così aspetta. Aspetta e l’urina diventa una questione dirimente. E allora dirompe.

La pipì scorre mentre lei rimane immobile e vorrebbe solo essere ancora più piccola e ancora più invisibile. Non dice niente. Non si muove e continua sperare che nessuno si accorga di lei. Sta immobile e aspetta. Aspetta che il tempo passi e la campanella suoni.

Rimane in attesa Marica, seduta nella sedietta montessoriana con la sua tutina marron a pezze colorate. E’ in prima fila, ma nessuno si accorge di lei né della sua pipì. La campana suona, l’aula si vuota, Marica aspetta.

Qualcuno le si avvicina. Le fanno delle domande, le parlano sommessamente, ora, con ostentata partecipazione, sottovoce, abbassandosi per guardarla negli occhi. Le carezzano perfino la testa.

Perché, Marica, perché non hai chiesto? Perché non hai alzato la manina e non hai domandato?

Marica non risponde. Marica aspetta. Aspetta di ritornare invisibile.

postato da colleradiletta alle ore 08:01 | link | commenti (8)
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mercoledì, 29 aprile 2009

Marica ha tre anni. Tre e mezzo, per la precisione. E’ una bambina timida, ubbidiente e molto riservata. Come altre bambine va all’asilo e lì passa dalle sette alle otto ore al giorno nella pacifica attesa di tornare a casa.
Marica osserva molto e gioca poco, ma il suo osservare non produce sviluppo apparente, non diviene pensiero brillante né parola stupefacente. Il suo sguardo vigile sembra non lasciarsi penetrare dalle ordinarie visioni e il suo scrutare resta lì, tutto in lei, dentro, pressato in quei novantatré centimetri di occhiuta bimba muta.
All’asilo Marica assolve a molte funzioni: fa pipì e lava le mani, fa merendina e lava le mani, fa la cacca e lava le mani, pranza e lava le mani. Disegna, anche, e lava le mani, ancora. Del rito settico del lavaggio, Marica adora l’epilogo: asciugarsi le manine nel suo personale canovaccio salmone con quadratino d’aquilone cucito nell’angolo in basso a sinistra e tuffarle segretamente nel borotalco custodito nella sua valigetta personale - anch’essa con aquilone.
Ogni alunno ha un segno di riconoscimento e anche Marica ha il suo piccolo distintivo che la differenzia dagli altri bambini: uno sfavillante aquilone multicolore è il simbolo che la rappresenta e in cui Marica si riconosce. L'ha preferito alla padella che la mamma avrebbe cucito a sua insaputa sulla cartella e sull’asciugamani e sul grembiulino e sulla tovaglietta e, insomma, su tutto il suo corredino scolastico, se lei non l’avesse implorata col suo sguardo eloquente e un gesto deciso della mano. Senza parole, come nei suoi modi.
Non che non parlasse, Marica, anzi. Aveva iniziato presto con mamma nanna cacca pappa ed era approdata subito a luce, senza passare per pipì popò e ba bau. Solo, non le piaceva doverle comporre, le parole, tantomeno per spiegare di sé e dei suoi bisogni.
Ora, quando Marica sente troppo chiasso intorno, quando vede i bambini urlare, tirarsi pezzi di gomma e strappare l’uno i fogli dell’altra, fissa il suo sguardo impermeabile nel nulla e vola lontano con il suo aquilone. Qualche volta sorride, pensando a quali fantasie le sarebbero spettate in sorte, se non avesse pensato di sbattere forte i piedi reclamando il suo simbolo colorato e le fosse toccato di sognare con la padella in mano.
postato da colleradiletta alle ore 22:54 | link | commenti (6)
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giovedì, 23 aprile 2009

Che è utile avere un buon equilibrio lo si scopre nelle situazioni più disparate. Il vantaggio del darsela a gambe o, in alternativa, a mani, lo si scopre presto e lo si impara facilmente.
postato da colleradiletta alle ore 20:55 | link | commenti (2)
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mercoledì, 22 aprile 2009

Oggi piove. Piove, in questo strano aprile che non decolla, che oggi mare e domani ombrello. Ma non era marzo, quello?
E tutto prosegue nella più assoluta regolarità, anche il mio intestino sfida il destino e se fotte, se ne fotte, sì l'ho detto. Alla faccia del linguaggio corretto.
Perché stamattina no, non ce la faccio a sentire di Berlusconi e Fini, del venticinqueaprile e di quant'è giusto e bello e mi sa che ci rubano pure quello.
E cosa resta della lotta, del ricordo e della celebrazione, a parte tre nostalgici vechietti e qualche canzone?
Stamattina no, non ce la faccio. Davvero. Spengo la radio e me ne frego.
L'ho detta e l'ho ridetta. La parola scorretta.
Che ci posso fare?
Collera Diletta
postato da colleradiletta alle ore 08:05 | link | commenti (1)
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giovedì, 16 aprile 2009

Stasera brodetto di Pesce Cappone e Fagiuoli Cannellini, polvere di Peperoncino e Filetti in crosta leggera. Mi sento già meglio. Molto molto meglio. Programmare mi sicurisce.
postato da colleradiletta alle ore 09:54 | link | commenti (6)
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venerdì, 03 aprile 2009

Ti prego, Tizio, non negarmi altre parole; dimmi che possiamo avere ancora più coraggio, che essere grandi è affrontare senza paura, accettare perdite e sconfitte e cercare sempre qualcosa di meglio. Dimmi, Tizio, che non ci prendiamo in giro e che è realtà quella che mi trova sola ad affrontarla mentre mi scende la faccia in terra e lo sguardo corre al cielo e io conto i miei giorni del passato e sono lieti e duri e inseguo quelli del futuro e sono vuoti e silenti e conto chi parte e non mi bastano le mani e conto chi resta e non voglio. Ti prego, Tizio, lasciami senza parole, uccidi la mia presunzione e annienta tutto ciò che non è essenziale alla verità che mi strozza la gola.

Dimmi Tizio, che non sei uno come tanti, tale e quale agli altri.Ti prego, dimmelo.

 

postato da colleradiletta alle ore 16:05 | link | commenti (10)
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martedì, 31 marzo 2009

Era alto, allegro e affettuoso. Aveva capelli neri e pelle scura, ossa lunghe e dita sottili e doveva essere bello, perché somigliava a Julio Iglesias, che tua nonna, quando lo sentiva intonare le sue struggenti canzoni, faceva una faccia che non le avevi mai visto prima e diventava una bambina maliziosa con la pelle cascante e il sorriso di quando si ama o si sogna.

E comunque.

La bellezza, la bellezza cosiddetta estetica, dico, non era certo una categoria che avesse a che fare coi sentimenti. Perciò tu l’amavi, bello o brutto che fosse, Julio o non Julio, e perciò credesti, come deve essere nelle cose dell’amore, alla sua promessa. Solo a valigie e illusioni fatte capisti che era uno scherzo.

Fu la tua prima delusione d’amore.

Avevi quattro anni e non furono tanto l’amarezza e il disinganno per il futuro mancato a ferirti, ma la crudeltà degli adulti, la loro facile leggerezza nel prendersi gioco dei sentimenti.

Poi ci facesti il callo.

Capisti che lo fanno anche tra di loro, i grandi, dico, quelli che non sanno giocare, che forse non l’hanno mai fatto. Si prendono gioco senza mettersi in gioco.

postato da colleradiletta alle ore 22:25 | link | commenti (10)
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mercoledì, 25 marzo 2009

Buona gironata

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